Non c’è protocollo, misura, regola o indicazione che possa insegnare la strada all’emozione per poterci raggiungere.
Esiste solo un dialogo: quello tra il cuore, il corpo e i suoi organi di senso.
Un’emozione ti coglie di sorpresa. Accarezza il vedere, il toccare, e l’ascoltare rubandoci il tempo di un’attenzione, e si deposita negli spazi della pelle, negli anfratti della pancia, nei sobborghi del petto con sfacciato bisogno di noi. Della nostra accoglienza.
Siamo così coinvolti nell’esistere dappertutto, che il nostro ricevere segnali intrisi di pathos e di turbamento, ci scivola addosso senza lasciare segnali evidenti e percepibili del suo passaggio.
Senza consapevolezza alcuna, lasciamo che l’emozione di un momento significativo, importante e magari entusiasmante, ci tocchi, ci avvolga con la sua sensazionale irruenza, ma senza gustarne la magia e lo stupore che deriva dal senso di appartenenza a quell’istante e a quell’esperienza.
Ottusi e distratti, ci perdiamo nei dettagli di una programmazione, di un corrispondere alle regole comuni di una ragionevole convivenza con ciò che ci circonda.
Nell’attuarsi di gesti via via sempre più omologati, ripetitivi e preconfezionati, le nostre facoltà e proprietà emozionali si sono assuefatte nel mare dei nostri impegni, doveri e illusioni.
Abbiamo un corpo che, nell’ordine di un comando razionale, e studiato nei minimi dettagli, non riconosce quasi più il battito affrettato di una gioia spavalda che nasce dall’improvvisazione.
Non ascolta il rumore di una innata intenzionalità al cambiamento.
Fa fatica a toccare il brivido di un pensiero ardito e inconsueto.
Disconosce il ciò che ci piace intimamente per incollarci addosso quello che è giusto ci debba piacere.
Allontana la spontaneità del gesto istintivo per accogliere il bon ton di un galateo antiquato e stantio.
Si lo so. Non ce la faccio a ragionare con il cervello, ma solo con l’ardore dell’andare contro corrente. E’ più forte di me e della mia compostezza.
Ma non potrò mai fare a meno del mio pensiero originale; quello che mi invita ad entrare nelle cose, quello che mi spinge al di là di un’apparenza, quello che mi sprona a distorcere l’ordine di idee conformate al senso del giusto.
Il giusto lo cerco in quell’emozione che mi travolge con la sua forza e con la sua arroganza.
Un’arroganza che può stordire o far perdere l’orientamento.
Quell’arroganza che può rendermi invisa agli occhi di chi si è congelato nel suo castello di carta.
L’arroganza che arriva nel suo vestito rosso e mi fa ballare con le mie emozioni a piedi nudi su una terrazza in riva al mare con la luna sorniona che mi incita alla vita.
Voglio che il cuore batta. Che la testa mi giri. Che le mie mani sudino. Che i miei occhi si inumidiscano. Che le mie gambe tremino. Che la mia pelle sudi. Che la mia voce canti. Che i miei silenzi mi facciano compagnia.
E’ questa l’emozione che voglio con me, dentro di me e su di me.
In ogni tempo e in ogni dove.
Fino in fondo.
Pe sempre.
Elena
Vorrei dedicarla a tutti quelli che predicano il “controllo” delle emozioni….soprattutto a “chi” si ostina ad etichettare in modo negativo chiunque viva ogni giorno in modo passionale la più semplice giornata di sempre!!!
C’è così tanta confusione….si insegna la meditazione per affogare il massimo del sentire…
Boh resto basita, mi sembra talmente semplice poter ascoltare le proprie emozioni, mi ricordo benissimo quando da bambina assaporavo e chiamavo col giusto nome ogni battito del mio cuore.
Grazie Elena soprattutto da parte della mia Lucy! 😘
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