La bellezza celata in un difetto

Ognuno di noi si guarda allo specchio con la speranza di riuscire a scorgere un’immagine migliore di quello che in realtà poi vediamo riflessa.
Questa aspettativa ci riserva sempre delusioni e scatena il più delle volte l’ansia dell’apparire.

“Oddio quante rughe!”
“Che gambe orribili”
“Avessi il seno di una ventenne”
“Che pancia orribile”
“Odio questa cellulite”

Ogni affermazione è un allusione, non poi così tra le righe, all’aspetto più socialmente deprecabile di un difetto, o di ciò che riteniamo tale.
La cellulite è brutta. Le rughe invecchiano. Il seno piccolo è infantile. La taglia 46 è quasi obesità.
Le labbra sottili non sono attraenti. La pancia rotonda non si può vedere. Le smagliature sono una mostruosità.

Gli stereotipi ci insegnano, anzi ci addestrano, a credere ad un unico modello rappresentativo della bellezza, facendoci concentrare sul sistema di rimozione di tutti i difetti che possano obnubilare la perfezione di un corpo. E non ci permettono di osservare i nostri “difetti” con una qualità di pensiero rivolta alla comprensione, all’accogliere con grazia ciò che per il corpo è stato, ed è una modalità per annunciare e controllare il suo disagio.

Nessuno ci fa conoscere il nostro involucro in modo appropriato e rispettoso. Ci indicano le brutture e ci regalano il senso di imbarazzo nel farlo vedere, nel mettere in luce parti di noi stessi che ci appartengono, ci rappresentano e ci contraddistinguono.

La vergogna regna sovrana sull’esporre il nostro ritratto al mondo.

Si perché quello che si è disegnato sul corpo altro non è che il dipinto di sfumature emotive che non siamo riusciti a vivere pienamente e coscientemente.
La cellulite non è una punizione divina o la conseguenza di uno stile di vita sedentario, e nemmeno la conseguenza orribile di un’ereditarietà.
Le rughe non sono solo un raggrinzamento del viso dato dall’inquinamento atmosferico o dal regime alimentare scorretto, e tantomeno la conseguenza di poca cura per se stessi.
L’addome gonfio non è solo la risultanza di poco sport o l’abuso di zuccheri e carboidrati.

Viviamo convinti che nel porre rimedio a tali inadempienze il corpo magicamente potrà cancellare dai sui distretti ogni forma di inutile ed inaccettabile difetto.

Ma a meno che non si viva su Marte, sappiamo che non è così che va a finire la storia.

Le palestre sono piene di estenuanti e illusorie ricerche della perfezione fisica. Le farmacie traboccano di miracoli chimici. Le SPA si prodigano nell’offrire la bellezza a caro prezzo che fa snellire il portafoglio piuttosto del fondoschiena. I macchinari brucia grassi sono la dimostrazione di quanto è difficile coltivare il contatto umano. E mi fermo qui.

Sono affermazioni piuttosto forti, me ne rendo conto, ma con questo non voglio affermare che questi luoghi o sistemi siano fallimentari, anzi.
Queste realtà si prodigano per fornire strumenti utili al miglioramento dell’aspetto esteriore, alla riduzione di certi difetti, al riacquisire una forma fisica aitante e atletica, al pacificare il corpo portandolo in una dimensione di benessere generale, alla diminuzione dello stress, al prendersi cura di se stessi con impegno e costanza.

Ed è già un grande passo verso “il volersi bene” con devozione e dedito rispetto.

Ma a parer mio non è sufficiente.

Non è sufficiente a farci cambiare idea sul nostro guardarci allo specchio.
Finché continueremo ad osservare il difetto con il rimprovero sociale, con l’accusa di rovinarci l’esistenza, con la demonizzazione a tutti i costi, non riusciremo mai a riappropriarci di un’idea di bellezza personale e personalizzabile.

Perché la bellezza universale non risiede nel concetto di uguaglianza e omologazione, bensì nell’unicità di un contesto, nella diversità di un’imperfezione, nella singolarità caratteriale ed emotiva di ognuno di noi.

Avete letto bene.
La vera bellezza vive nella singolarità emotiva che si cela nel disegno di un difetto.
Lì dentro vi è un racconto sofferto, una storia interrotta, un grido soffocato, un sacrificio, una rinuncia.

Ed è quello che un tapis roullant non riesce a leggere, quello che un un macchinario anticellulite non riconosce, quello che un integratore non sa interpretare.

Questi strumenti servono per lavorare sull’apparenza, sullo strato superficiale del corpo, sulla parte più evidente del iceberg.
Tutto il sottofondo, il substrato, la matrice sulla quale si delinea l’imperfezione non viene neppure sfiorato, nonostante l’impegno manualistico, lo sforzo atletico, la dedizione verso un regime alimentare corretto e salutare.

Ed è certo che migliorerà l’aspetto esteriore, ma senza aver modificato nulla della parte più intima e personale. Quella che ha eseguito il mio ritratto con dovizia di particolari, quella che si è sacrificata per lasciare in pace l’anima. Quell’anima che si è defilata nelle retrovie per esaltare l’apparenza e il vestito sociale. Quella che si accontenta di un cioccolatino rubato di notte quando nessuno vede e giudica.

Ed è proprio in quel piccolo momento di trasgressione che fa capolino il bisogno di pacificare una parte di noi che sta male, il dissenso verso ciò che non ci soddisfa, la rabbia del non riuscire ad avere rispetto verso il nostro mondo emotivo, il quale si annuncia e si deposita proprio nelle parti più brutte del nostro corpo.

Quello che facciamo fatica a comprendere è che il brutto non è nel corpo ma nello sguardo che condanna.
In quello sguardo che, indotto dal giudizio, ammazza ogni intenzione ad accettare amando di noi anche quell’imperfezione.

Tutto questo si traduce in fallimento.
Il fallimento del cuore.
Cuore che non ha la resistenza per condannare.
Non ha la durezza del giudizio.
Un organo che quando è stanco dipinge la vita di grigio.
Quel cuore che ci amerebbe al di là di un difetto ma il nostro sguardo non glielo permette.

Ed è qui che deve intervenire una saggia e accogliente carezza.

Una carezza che si chiama comprensione, la quale può lenire i danni del corpo attraverso la conoscenza dei “perchè” la pancia è gonfia, del perché di una ruga precoce, del perché di due taglie di troppo, del perché un tessuto cede, del perché di una macchia sul volto. E di tutti i perché celati dietro al nostro non piacerci.

Gli operatori del Metodoluciatorricianci, insieme ad Alius sono coloro che si prodigano con metodica abnegazione nel cercare di riavvicinare il corpo al piacere di essere portato con fierezza e orgoglio. Con le mani, l’intento e le essenze invitano il difetto a diventare pregio. Con l’interpretazione trasformano il giudizio in consapevolezza.

Un cammino articolato, a volte complicato e difficile, ma sicuramente intriso di una possibilità inconsueta. Quella di ri-presentarci allo specchio con una nuova prospettiva fatta di sguardi non più disillusi ma straripanti di incanto e stupore.
Uno stupore che ci guidi e ci prepari ad un incontro immensamente gratificante.
Quello con il cuore.

E la bellezza del cuore vince sempre.

Elena.

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Avatar di Cristina Cristina ha detto:

    Sono pienamente d’accordo con questo tuo pensiero, far vedere e vedere il difetto come “premio”, non come disgrazia, fa cambiare il rapporto con la popria dignità……è un nostro diritto, dovere.

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  2. Avatar di caterina rotondi caterina rotondi ha detto:

    Quando mi guardo allo specchio…ci trovo un essere umano …che merita rispetto e amore per se stesso,al di là dell’immagine che lo specchio mi regalerà..rimmaró sempre quella che conosco da sempre,che ho sempre amato ..conquistata giorno per giorno.
    Mi piace molto il tuo modo di scrivere, complimenti.
    Caterina

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