COMPATIBILITA’

il

In tutta la mia vita, da quando ho cominciato a comprendere il significato del termine “gli altri”, e cioè intorno ai sei anni durante i primi giorni di scuola elementare, momento nel quale ho dovuto per forza di cose accettare l’idea che sulla terra esistessero altri esseri umani più o meno simili a me, mi sono chiesta più e più volte se io fossi compatibile mentalmente e fisicamente con qualcun’altra/o.

Con il termine compatibile intendo conciliabile, adattabile, condivisibile.

Me lo sono chiesta a sei anni, ma anche a sette, otto, nove, dieci, undici e per tutti gli anni a seguire. Fino ad oggi che ne ho presto cinquantatré.

Direte voi: “ma che razza di domanda è questa?”.

E’ una domanda strana, lo so, ma è “compatibile” con il mio sentirmi sempre storta e scomposta, e non mi riferisco alla mia colonna vertebrale che contrariamente al mio modo di percepirmi è assolutamente dritta anche se maledettamente dolorante.

Ho perennemente la sensazione di essere contraria, alla rovescia, come se la pelle fosse rivolta dal lato più sensibile e vulnerabile, come se i terminali ricettivi nervosi fossero in contrasto con tutto e tutti, come se l’aria la respirassi con il sangue e non con i polmoni.

E tutto questo mi ha sempre imbarazzato, e continua tutt’ora ad imbarazzare il mio modo di pormi agli altri, a trasferirmi addosso la convinzione di non essere capace di adattarmi agli altri con la doverosa plasticità e accoglienza.

Quell’accoglienza che dovrebbe avere una figlia, una sorella, una moglie, una madre, un’amica.

Ruoli che sento miei a distanza. Come se tra la me più intima e la me più sociale ci fosse un terreno minato.

Una “danger zone”.

Una zona dove traduco e percepisco il pericolo di entrare troppo nello spazio di qualcun altro e dove tutte le spie suonano all’impazzata se quel qualcun altro si addentra minacciosamente nel mio spazio ipersensibile e suscettibile.

Già. Io stessa mi definisco “psicopaticamente” riluttante alla confidenza come al contatto emotivamente intimo, e posso dire seppur con timidezza che questo abito non è affatto comodo.

Anzi, a volte assomiglia più ad una camicia di forza che ad una veste delicata e trasparente.

Non credo però di essere l’unica persona afflitta da questo malanimo.

Ed è per questo che desidero condividere la mia sensazione di compatibilità distorta, il mio sentirmi fuori luogo con coloro che si identificano in questo disagio, in questa complicata, difficile costituente caratteriale ed emotiva.

Decido quindi di raccontare che cosa si prova, che cosa ci si racconta, che cosa ci si inventa, e che cosa si lascia in sospeso quando questo abito prende il sopravvento.

Come figlia mi dico:

“Possibile che tu non riesca a trovare il colore appropriato per entrare in quello spazio in cui tua madre ti parla? Fai una fatica titanica a tirare fuori quella mano per appoggiarla sulla sua spalla mentre lei guarda il vuoto in attesa di te. In attesa di sapere come stai, cosa pensi, cosa fai per te stessa, cosa vorresti ma non puoi, cosa sogni su quel cuscino quando ci appoggi la tua stanchezza.

Sai che potrebbe essere semplice ma le ragnatele sul cuore ti si stringono al petto, e invochi la divina provvidenza che non ti metta mai nelle condizioni di chiederle aiuto. Non ce la faresti.

Non perché lei non te lo offrirebbe, ma perché vuoi farcela senza stampelle, senza sussidi, senza compatimento.

L’orgoglio diventa lo scudo dietro al quale rovisti tra cose e pensieri, con la speranza di non cedere mai.

Quel giorno arriverà, lo sai bene. Giorno in cui ti accovaccerai alle sue gambe, spaesata, arrendevole, commossa, scevra da ogni forma di giudizio o condanna.

E sarà pace.

Quella stessa pace che ti ha avvolto per nove mesi dentro di lei.

Dentro al suo cuore.

A fianco della sua anima.

Non ci sarà rumore di imbarazzo o d’impazienza,  ma solo il profumo di due donne che non si sono mai lasciate.”

Come sorella mi dico:

“Per una vita vi siete odiate. Per una vita vi siete tenute distanti.

Sorelle per caso. Che non si sono scelte ne volute.

Un saluto silenzioso fatto di pensieri e basta.

L’hai martirizzata, usata, imbrattata, scalfita sulla pelle con la tua presunzione di essere meglio, di essere “di più”, con quell’orgoglio fatto di niente.

Fedele al tuo avere di più.

Perché così è stato. Hai avuto più attenzioni perché ribelle.

Hai avuto più risorse perché più intraprendente.

Hai avuto più scusanti perché la più piccola.

Hai avuto più libertà perché hai urlato.

Hai avuto di più perché sei scappata.

Lei ha assistito al tuo volo in silenzio.

Senza chiederti nulla ha lasciato che la tua vita fosse ciò che desideravi, guardandoti crescere mentre mangiavi la vita frettolosamente, ingordamente, e senza voltarti indietro.

Ma lei c’è. Sempre. Impacciata e fedele, in attesa che tu le riconosca il sacrificio.

Negli anni sei stata indaffarata a vivere la tua vita, ma senza dimenticarti di chi ti ha seguito con devozione e pazienza.

Cerchi di ringraziarla non dandole pensieri, assicurandoti che dal quel soffitto non arrivino parole rumorose, permettendo che la mattina e la sera ci sia un devoto segno di riconoscenza accompagnato ogni tanto da un piatto di cibo da condividere.

Ognuna alla sua tavola, ognuna nel suo silenzio.

Quel giorno arriverà, lo sai bene.

Mangiare alla stessa tavola.

E sarà condivisione. Sarà il bene. Quello che c’e sempre stato aldilà della diversità.”

Come moglie mi dico:

“Sai essere presente nella vita di tutti i giorni, sai rimanere ancorata ad una casa che senti scomoda, ad un letto nel quale dormi poco, a delle mura che ti cascano addosso ogni volta che provi a non volerle più.

Prepari la cena, riassetti la casa, ascolti i racconti di un uomo che con trasporto ed entusiasmo ti appoggia tra le mani.

Lo segui in tutto, supporti le sue scelte, ami le sue mani, i suoi sguardi, il suo sorriso mentre ti guarda dormire. Riponi con cura le sue bici, le sue camicie, i suoi sogni.

Senti il calore del voler attendere il suo arrivo, e poi tutto si ferma.

Non riesci ad aprire quelle braccia, rimani come un fantoccio privo di vita e senza entusiasmo.

Sei incapace di trasformare il calore del cuore in un gesto di conforto e passione, ma sei anche capace di pentirti di quell’abbraccio incompiuto.

E’ un amore insolito il tuo.

Fatto di gratitudine e desiderio, un desiderio da consumare dentro di te piuttosto che renderlo manifesto.

Non sei fatta di smancerie, di affettuosi bacini e carezze delicate, sei fatta d’aria, quell’aria che lo spinge lontano, che lo fa arrivare puntuale, che lo rende libero, che lo accompagna in ogni stanza, in ogni luogo, in ogni sogno.

Gli regali tutta la libertà che neghi a te stessa senza motivo, ma che sai di poter avere in qualsiasi momento, ora, giorno, minuto della tua vita.

Ami senza vincoli ma sai anche che senza questi vincoli non potresti vivere.

Un amore che vorresti trasformare in trasporto, in arrendevolezza, in quella complicità che lui si aspetta da una vita.

Quel giorno arriverà, lo sai bene.

Accadrà all’improvviso, senza annunci e senza cerimonie, nella semplicità di una mano nella mano. Con tutti i colori dell’amore dichiarato e sfacciatamente condiviso.

E’ sarà arrenderti.

Arrenderti ad un uomo che potrà essere solo tuo.

Arrenderti ad una donna quale sei che potrà essere solo sua.”

Come madre mi dico:

“Il dolore di un parto ti ha reso più forte, e per tre volte hai gioito per la nascita di una vita diversa.

Una vita sempre più piena e ancor più travolgente.

Ti sei fatta travolgere dall’incoscienza che ti ha rubato la leggerezza della gioventù, consapevole che non avresti più assaggiato la tua freschezza adolescenziale.

Le hai desiderate con ossessiva attesa, come se un figlio potesse rinnovare ogni volta il tuo tributo alla vita che volevi piena, entusiasmante e intrisa di attenzioni da dare.   

Ti hanno fatto madre, tutrice, guardiana, spesso complice, a tratti confidente, quasi mai amica.

Le hai fatte bambine, ragazze, donne, indipendenti, agguerrite, irragionevoli, spesso rivoluzionarie, a volte ingestibili, quasi mai ubbidienti, mai irrispettose.

Le volevi così e sono così.

Il dubbio di aver fatto la cosa giusta è il tormento che più ti offusca, e non c’e giorno che nasce in cui ti svegli pensando a cosa avresti potuto fare di più.

E di cose ce ne sarebbero.

Avresti potuto abbracciarle forte ad ogni pianto.

Avresti potuto scegliere il silenzio piuttosto dell’accusa.

Avresti potuto ascoltarle distruggendo anche il più minuscolo e insignificante giudizio.

Avresti potuto avvicinarle con il solo cuore senza la baldanza della ragione.

Avresti potuto raccontarle i tuoi difetti senza la scusa dell’esperienza.

Le ami senza ritegno, senza timore di essere eccessiva, attendendo che si addormentino per rubare loro la schiettezza di chi vive spudoratamente e senza vergogna.

Sai di essere madre, ma non sai se lo sei stata veramente. Fino in fondo.

Di quelle madri che si affannano per raggiungere l’olimpo, dove c’e chi gareggia per vincere il concorso di mamma perfetta dell’anno.

Di perfetto ci sono loro, le tue figlie.

E di imperfetto ci se tu che sbagli in una sola cosa, credere di essere immeritevole di tanta fortuna ad avere a che fare con tre donne così speciali.

Quel giorno arriverà, lo sai bene.

E sarà un arrivederci.

Non ci sarà fretta o approssimazione, ma solo un gesto del capo.

L’annuire difronte alle loro scelte, qualunque esse siano, sarà l’assenso incondizionato.

Il loro ringraziarti di averle amate a distanza, il tuo ringraziarle di averti amato senza pretese.”

Come amica mi dico:

“Hai sbagliato un sacco di volte.

Il tuo senso dell’amicizia rispecchia ciò che sei, e cioè scostante, lontana, distaccata.

Non ti fai mai sentire, non chiami, non cerchi, non chiedi, non condividi.

Cazzo se hanno ragione a definirti glaciale!

Eppure c’è una parte di te che si contorce, si consuma nel desiderio di lasciar andare quel tormento.

Si, il tormento di una paura che ha radici lontane.

In un tempo in cui ti fu negata la vicinanza di chi sentivi essere l’amica del cuore. Perché immeritevole. Perché diversa. Perché più povera. Perché leggera. Perché fuorviante.

Sei cresciuta con quel senso di immeritevolezza che ha paralizzato il tuo concederti, ha congelato il tuo fidarti, e ha inchiodato al suolo ogni tentativo di complice abbandono.

Mille volte chiameresti, e altrettante cercheresti, chiederesti, e vorresti.

E invece rimani lì, nel tuo castello, circondato da fidati guerrieri a difesa di un’anima incrinata, impaurita, in attesa che arrivi il sole a scaldare quelle stanze vuote, a irrorare con i suoi raggi gli angoli più oscuri e polverosi di anfratti che ancor oggi sai che potrebbero sgretolarsi sotto il peso della tua paura.

Paura di essere di troppo, di non essere abbastanza, di non essere accogliente.

Non c’è gesto che possa abbattere una resistenza fatta di silenzi custoditi nel tormento di non meritarti un’amica.

Devi solo aprire quella porta e lasciar entrare chi dice di amarti per come sei. Permettergli di prendersi cura di te, senza se e senza ma.

Quel giorno arriverà, lo sai bene.

Non ci sarà buio ma solo nuvole a nascondere il cielo terso.

Un cielo nel quale far volare un aquilone, di quelli tutti colorati.

In lontananza un volto amico che attende il tuo arrivo, con calma, con leggera e delicata pazienza.

Perché tu sai che è lì.

Da sempre.

Per sempre.

Per te.

E sarà libertà.

Assoluta.”

Elena

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Avatar di Alice Alice ha detto:

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  2. Avatar di Chiara Chiara ha detto:

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  3. Avatar di Ilaria Ilaria ha detto:

    Ciao Elena, dopo aver letto la tua pubblicazione la prima cosa che ho pensato è stata:
    “A me sei sempre piaciuta! anche se non mi hai mai cacato!! :-))))) “
    Ho sempre percepito che non potevo avvicinarmi e nonostante io lo desiderassi ho rispettato questo sentire. Solo una volta ho tentato un approccio più aperto ma senza neanche me ne rendessi conto eri già sparita. 🙂
    Non si può certo forzare un incontro!
    Mi stai simpatica lo stesso anche se a debita distanza!
    Ma sono fiduciosa!
    Magari da vecchie.
    Un caro saluto

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  4. Avatar di Lucy the Wombat Lucy the Wombat ha detto:

    Che bel brano 😍

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  5. Avatar di Michela Michela ha detto:

    Ciao Elena, finalmente trovo scritte parole e pensieri che sono esattamente lo.specchio di un mio complesso sentire.
    Un abbraccio
    Michela

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  6. Avatar di Laura Bevilacqua Laura Bevilacqua ha detto:

    Mi sono ancora una volta riconosciuta nelle tue parole, e le tue parole ogni volta mi sono da stimolo alla scrittura. Mi sento senza pelle ,con la paura che se mi avvicino troppo agli altri posso nuovamente scottarmi. In ogni situazione sempre fuori posto, con la convinzione di non essere mai abbastanza. Poi,quando ascolto la mia parte più istintiva, è lì che subentra l’arroganza nel sentirmi superiore, migliore, più saggia, più tutto. Poi l’amore per il bene di chi ho davanti mi fa ricordare di tornare umile, senza tralasciare la mia dignità. Grazie per non avermi fatto sentire sola. Laura Bevilacqua

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  7. Avatar di Sabrina Gianforte Sabrina Gianforte ha detto:

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